Esiste un momento, durante certi spettacoli per bambini, in cui succede qualcosa di strano. I bambini smettono di muoversi. Non perché qualcuno li abbia rimproverati, non perché abbiano paura. Semplicemente perché quello che sta succedendo davanti a loro vale tutta la loro attenzione. È un momento raro, e chi lavora con i bambini sa quanto sia difficile da ottenere e quanto valga, quando arriva.
Maki e Sonia lo sanno meglio di chiunque altro. Lui lavora come clown da 35 anni, lei lo ha incontrato e non ha più smesso. Oggi sono una coppia nella vita prima che sul palco, con due figli e una carriera costruita portando i loro spettacoli in piazze, teatri, aziende e festival in Italia e all’estero. La clowneria, quando è fatta così, non è intrattenimento nel senso passivo del termine. È qualcosa che coinvolge, che chiede qualcosa al pubblico, che lascia qualcosa una volta finito: uno spettacolo da clown educativo consegna un ricordo prezioso.
Il valore educativo degli spettacoli di clowneria per bambini e famiglie
C’è una resistenza culturale, ancora diffusa, all’idea che il divertimento possa essere formativo. Come se ridere e imparare fossero attività che si escludono a vicenda, o come se il valore di un’esperienza per bambini si misurasse dalla sua serietà.
Maki e Sonia sono entrambi laureati in Scienze dell’Educazione e della Formazione, e questo non è un dettaglio biografico marginale. È la base su cui hanno costruito un metodo. La clowneria lavora su meccanismi psicologici precisi, con situazioni che i bambini riconoscono perché le vivono ogni giorno. Sbagliare, non riuscire, ricominciare. In scena questi momenti diventano occasioni di risata, ma anche di riconoscimento. Questo è il tipo di divertimento che funziona come strumento, anche senza che nessuno in platea se ne renda conto esplicitamente.
Imparare giocando: quando il divertimento diventa uno strumento formativo
Le scienze dell’educazione lo confermano da decenni: quello che si apprende attraverso l’esperienza emotiva resta più a lungo di quello che si apprende attraverso la trasmissione diretta. È esattamente il principio che Maki e Sonia hanno tradotto in spettacolo, e poi in pagine, nel libro Il Circo in casa, in cui hanno romanzato il metodo educativo della clowneria come strumento pedagogico.
In scena ci sono dinamiche che si giocano nello spazio della storia, e il pubblico le assorbe senza accorgersene. La gestione della frustrazione, la relazione con l’altro, la fiducia, la capacità di adattarsi quando qualcosa non va come previsto.
Il coinvolgimento del pubblico: perché la partecipazione rende lo spettacolo unico
Maki e Sonia lavorano senza una scaletta fissa. Ogni replica prende forma in base a quello che trovano davanti: l’età del pubblico, l’energia della piazza o del teatro, quello che si muove in platea. Non è improvvisazione pura, c’è una struttura, ma è una struttura che lascia spazio a quello che succede davvero nel momento. Due repliche nella stessa giornata, con pubblici diversi, producono due esperienze diverse.
Questo tipo di coinvolgimento ha effetti reali su chi partecipa. Un bambino chiamato in scena non è più spettatore passivo: è parte di qualcosa. Quella sensazione di essere visti, di contribuire a qualcosa che funziona grazie anche alla propria presenza, è un’esperienza che conta. Sviluppa fiducia, scioglie timidezze, crea un senso di appartenenza momentanea ma autentica.
E poi c’è la componente imprevedibile, che è forse la più preziosa. Un bambino che non sa cosa succederà nei prossimi trenta secondi è completamente presente. Non guarda il telefono del genitore, non pensa a cos’altro potrebbe fare.
La parola “famiglie” negli spettacoli dal vivo è diventata quasi una categoria di comodo. Significa tutto e niente: adatto ai bambini, approvato dai genitori. Eppure quando uno spettacolo riesce davvero a parlare a tutte e due le generazioni insieme – non in sequenza, non alternativamente, ma nello stesso istante – si capisce subito la differenza. Maki e Sonia questo lo sanno fare perché lo vivono. Hanno costruito i loro spettacoli dall’interno di una famiglia vera, con due figli piccoli e la quotidianità di chi non separa il lavoro dalla vita. Quello che portano in scena è qualcosa che conoscono. E si sente.


